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Il viaggio inizia nella caverna.

PRIMO

Seguo la voce.

Arrivano gli intrusi. Disturbano nel seguire la voce. Pensieri ed immagini che si presentano. Non hanno niente a che fare con la realtà. Disturbano assai. Per esempio la caverna: si presenta la caverna di un sogno, una volta un sogno ricorrente.

E’ bellissima. Enorme. E altissima. Non ne vedo la fine. Comunica con il mare, là fuori. Dentro c’è una distesa d’acqua, avrà la forma di un lago, qui, anche se l’orizzonte scompare lontano, da qualche parte oltre il mio sguardo. L’acqua è trasparente e calma. In superficie riflette la luce. E’ turchese, deve esserci un fondo sabbioso. Non si capisce da dove arriva la luce, ma è bellissimo ed accogliente, qui. Ci arrivai in una giornata di catastrofe naturale. Enorme. Una specie di fine del mondo. C’era un vento fortissimo che sollevava onde gigantesche. Molte persone si buttavano dalla spiaggia nel mare, nel tentativo di salvarsi. Altre, ignare del pericolo, rimanevano dove stavano, chiacchierando e continuando a banchettare sulla spiaggia. Non volevano sentire nulla, nonostante si capiva benissimo che stava per arrivare qualcosa di terribile. Forse proprio la fine del mondo. Una volta nell’acqua vidi che le onde, enormi, che si frangevano contro le rocce, altissime. Nuotavo senza fatica, o meglio, mi facevo portare avanti e indietro dalle onde. Era bello, bellissimo. Avrei voluto rimanere così per sempre. Poi mi accorsi che potevo finire sbattuta sulle rocce, da quella forza immensa. Forza terribile. E ineluttabile. E bellissima, anche. Sapevo che se non avessi raccolto tutto il mio coraggio, sarebbe senz’altro finita così. Ero troppo vicina a quelle pareti rocciose investite dal mare con una violenza inaudita. Allora mi riempii i polmoni con molti respiri, uno dietro all’altro in sequenza, i più profondi che potevo, in modo da avere il corpo più ossigenato possibile, poi trattenni il respiro, m’immersi e nuotai attraverso quel tunnel. L’uomo con cui sono entrata nel mare mi indicava dove passare. Lo seguii. L’ingresso era sotto la superficie, quel tanto da riuscire ad entrare in immersione, nonostante le onde che frangevano sopra, spaventosamente e pericolosamente. Quando mi mancò l’ossigeno non potevo più tornare indietro. Mi ero inoltrata troppo dentro il tunnel. Così continuai a nuotare, nonostante il dolore, fortissimo, provocato dalla terribile impellenza di respirare di ogni mia cellula, e impossibilità di farlo. Al peggio sarei morta così, nel tentativo di salvarmi. Non male, come morte. Per quando le modalità orribili. E dolorose.

Ce la feci per un miracolo.

Nella caverna c’era tanta gente. I sopravvissuti. Tutti bagnati. Spossati. E felici. Un’atmosfera di infinita gratitudine che accomunava tutti riempiva la caverna di una forte commozione.

Non era un incubo. Per me era un bel sogno. Mi piaceva quando si presentava. Mi piaceva sognarlo.

Le intrusioni così distraggono. Disturbano. Rompono le scatole. Rompono nel mentre cerco di seguire la voce. Per dirla tutta disturbano anche quando faccio qualche altra cosa. Perché tendo a contemplarle. Perché è piacevole, contemplarle. In questo modo, però, disturbano, impedendo che la mia attenzione vada dove voglio io. A concentrarmi su quello che decido io. O a contemplare quello che voglio io. Penso ad altro. Quindi è come se non ci fossi. Sto nei pensieri.

Nei pensieri intrusi.

Secondo il test in qualcuno di quei libri divertentissimi ed istruttivi del Professore sarei una stronza. Una stronza perfetta. Cioè adulta. Però. Mai avrei pensato di chiedere aiuto, o rassicurazioni, o dritte.

Beh, dritte forse sì. Se qualcuno chiede qualcosa, vi è un ventaglio infinito, di modi per declinare. Non è obbligatorio dire di sì. Non mi sento una stronza se chiedo una dritta. Come hai fatto, quella cosa li? O, qualche volta, anche l’aiuto. Se penso sia necessario. Dopo avere provato da me. E valutato, con attenzione, se è davvero così.

Non è facile relazionarsi correttamente. Ma è necessario, relazionarsi.

Ho visto che le persone, se ricevono un piacere, tendono a restituirlo, quando se ne presenta l’occasione. Almeno quello. Se non è possibile al mittente, allora al mondo. Almeno alcune. Che vi è una specie di ragnatela che in qualche modo ci collega tutti.

Qualche volta l’ho vista, quella ragnatela. In un sogno. Di giorno. Ad occhi aperti. Brilla sottilmente. Un po’ come quelle ragnatele sulle piante, se osservate di mattina, nel momento in cui sorge il sole, quando i raggi mattutini mettono in chiaro per un breve istante il loro disegno elaborato, la loro bellezza delicata, sottile e fragile.

In fondo la famosa teoria di sei gradi di separazione postula rozzamente più o meno la stessa cosa.

Persino gli alberi si parlano dove noi umani non lo vediamo. Sottoterra. Tramite le micorrize. Cioè tramite una specie di ragnatela sotterranea. Forniscono nutrimento. Ricevono nutrimento. Rifiutano nutrimento, anche. L’ha scoperto Susanne Simard negli anni ’90. Ci scrisse anche un bel libro, su come ci arrivò. Anche di come si prese il cancro per essersi esposta alla radioattività, per un incidente. Cancro di cui guarì.

C’è di più. Far piacere al prossimo, quando se ne presenta l’occasione, è bello. Anche quando non c’è niente da restituire. Nè da guadagnare. Anche a degli perfetti sconosciuti. Umani. O anche non. Se si guarda bene, ve ne sono prove tutto intorno. Ovunque. Tranne che nelle news. Infatti. Infatti vale anche il contrario. Anche di questo, ve ne sono prove tutto intorno. Specialmente nelle news.

Oddio che sega mentale. A che pro?

Mi sembra una lagna, oltre che una sega mentale.

Immagino queste intrusioni scompaiono da sole.

Come un respiro che finisce, ad un certo punto.

Ma poi ne segue un’altro, di respiro.

Infatti.

Seguendo le intrusioni seguo. Seguo loro.

Appunto.

Non vado. Non vado dove dice la voce.

Appunto.

Tuttavia. Mi sembra che un pochino aiutino, le intrusioni.

Anche se non so bene che a cosa esattamente, tantomeno in che modo.

Si naviga a vista.

Inutile colpevolizzarsi.

Se abbiamo un cervello che funziona così, cioè una specie di capo che si fa le seghe mentali da solo, ci deve essere anche una qualche ragione positiva. Il lato buono della legge delle seghe mentali. Il Professore dice brevemente più o meno la stessa cosa, da qualche parte.

Ad osservare bene, per esempio i gatti si autopuliscono, in virtù della loro natura. E’ in questo modo che possono disporre di un mantello, tra l’altro bellissimo che funge da protezione quattro stagioni. E così via, fanno tante altre cose. Cose gattesche. Come noi, facciamo tante cose. Cose umanesche.

Linguaggio di conseguenza. Il loro, così come il nostro. Sembra ci siamo evoluti, noi umani, in modo da mettere in atto le società chiamate moderne grazie alla capacità di comunicare, tra di noi, anche di cose che non si possono toccare con le dita o assaggiare, vedere la loro forma o colore, cose che non "non esistono", fisicamente, ma hanno effetti molto reali e molto fisici sulle nostre vite come per esempio leggi, diritti, società, relazioni, miti, religioni, storie.

Ian McGilchrist osserva un fenomeno curioso: l’emisfero sinistro del cervello produce utilissimi modelli semplificati della realtà, ma tende a ignorare ciò che non rientra nei suoi schemi, e a prendere i suoi modelli per la realtà stessa. Pensiero razionale isola alcune caratteristiche trascurandone altre, e poi costruisce concetti e modelli. L'emisfero destro invece ha una visione più ampia e contestuale, ma per complessità inesprimibile a parole. Potrebbe essere che noi umani tendiamo a semplificare la realtà così tanto da non accorgerci, infine, di tanti aspetti che in effetti esistono e influenzano le nostre vite?

Sembra che nel mondo stanno scomparendo più organismi, più specie viventi di quante ne nascono. Che molte delle specie così dette "nuove" non sono nuove nel senso evolutivo, ma semplicemente non erano ancora state identificate scientificamente. Gli scienziati osservano così. Come se si stesse riducendo il mondo vivente, o forse in qualche modo semplificando. Infatti ogni cosa con meno componenti ci risulta essere meno complessa.

Sembra che principale fattore di questo processo in atto sono le molteplici attività umane. Potrebbe essere che condividere nel profondo, tra di noi umani, in quell'enorme massa di esseri viventi che siamo, una semplificata visione della realtà fa sì che la realtà stessa sta diventando davvero meno complessa?

E poi? Non siamo forse altrettanto complessi anche noi?

Accipicchia che sega mentale.

Oltretutto queste seghe mentali hanno aria di scuse.

O dei sensi di colpa. Perché mai?

Vietato mettere ordine?

Vietato pensare? Vietato farsi domande?

E’ vero, però, che così perdo un sacco di tempo.

La vista dalle cime delle montagne è sempre meravigliosa. E’ da lì che si percepisce quanto è vasto e maestoso, ed anche infinito, in un certo senso, il mondo. Potrebbe sembrare anche terribile, e minaccioso, con quelle rocce spoglie e ripide ed inospitali a perdita d’occhio, ma non è così, è solo un’impressione, è solo perché si sta così in alto. Lassù c’è una pace speciale. A volte anche un silenzio speciale. La sensazione è bellissima, pervade tutto il corpo. Con quell’aria speciale.. Ovvio, c’è meno ossigeno, è ovvio che lo percepiamo. Con quella luce speciale.. ma forse è solo la neve che riflette la luce del cielo. O, forse, semplicemente, lì c’è n’è troppo, di cielo. Così tanto che non si può non rimanerne sgomenti. E poi quel silenzio ovattato, se non c’è il vento ma la neve sì, quando si scende giù a valle.

Il gruppo del pronto soccorso alpino mi prendeva con sé, a volte, non ero un peso, quando andava nei posti non frequentati dagli uomini, per le dovute ricognizioni. Però smisi, pian piano. Una volta s’aprì una specie di voragine, dentro alla nostra catena di sciatori, nel mentre tornavamo. Sono riuscita a saltare, all’ultimo. La persona dietro di me era super esperta, chiudeva la catena. Chissà quante ne aveva vedute, di cose così. Un’altra volta ebbi una specie di dubbio, situato nello stomaco, di non riuscire ad entrare in un passaggio largo circa un metro all’interno di krummholz che serpeggiava tutto intorno, a perdita d’occhio. Scendevamo sempre alla maniera di gran slalom. Alla velocità di gran slalom. C’era del nevischio in aria, quel giorno. Vidi quanto fosse stretto quel passaggio così tardi, che dovetti concentrarmi totalmente, con ogni cellula del mio corpo, a gestire minuziosamente ogni grammo del mio peso, per riuscire ad entrare in quello stretto corridoio nella vegetazione bassa e legnosa, a quella velocità. Erano dei segni. Pian piano smisi di fare fuoripista.

Cioè, con loro. Ovvio, anche senza di loro. Non mi è mai passato neanche per l’anticamera del cervello di andare in giro non in compagnia di persone autorizzate, profonde conoscitrici delle dinamiche del luogo, in alta montagna, con la neve, sugli sci. Non volevo causare una slavina dove rimanerci. Né che possa rimanerci qualcun altro. Non esiste proprio.

Comincio a rendermi conto che convivo con una specie di malessere.

Che è diventato più forte. Pericolosamente forte. E stava diventando sempre più forte. E’ in questo modo che cominciai a rendermene conto, non tanto tempo fa. Strano, un po’ tardi. Comunque, meglio tardi che mai.

Un malessere sottile. Ognipervasivo. Che paralizza. Ogni qual volta devo, o voglio far qualcosa di buono per me. Quando devo, o voglio far qualcosa in generale, o per gli altri, invece no. Perlomeno, non in maniera così paralizzante. Magari mi trascino, dentro, ma comunque faccio, fuori. Bene, a volte molto bene. Pur trascinandomi dentro. Ondeggiando un po’ di qua, e un po’ di là.

Un po’ come tutti, immagino.

Realizzo che ci lotto praticamente da sempre. Da quando mi ricordo.

Un po’ strano che mi rendo conto di una cosa così, così tardi.

Forse perché ci convivo da sempre. E’ familiare. E’ normale. E’ sempre stato così.

Solo che da un po’ stava diventando debilitante come non mai, e questo sì che non è normale.

Ho cominciato a fare un po’ meno. Poi lo stretto necessario. Poi rimandare alcune cose. Tanto si può, sono sciocchezze, ci vuole giusto muovere il mignolo. Cioè cose facili, per cui non serve un gran impegno. Il mignolo che però non muovevo.

Quindi cominciarono ad accumularsi, le sciocchezze. Poi anche le meno sciocchezze. Fa niente, me la cavo. So benissimo che me la cavo, me la cavo sempre.

E’ quell’andazzo. E’ questo andazzo che non va bene, non va bene per niente.

Realizzai che bisognava far qualcosa. Qualcosa di nuovo, di diverso. Quello di fino-ad-adesso non bastava. O non funzionava più. O è diventato persino controproducente.

Ahi questo suona come una scusa.

O come un brutto sogno.

Soffrivo gli incubi. Chi non ne ha mai avuto qualcuno.

All’età di sei anni ricevetti le chiavi di casa, da appendere al collo. Era il primo giorno di scuola. La mamma controllava dal balcone che attraversassi la strada come si deve, facendomi ciao ciao con la mano. Vi passava giusto il filobus, raramente qualche macchina. Dall’altra parte della via mi girai, continuando a camminare, e feci ciao ciao con la mano anch’io. Così non guardai bene dove mettevo i piedi, e presi in faccia un palo di luce. La faccia un po’ girata di lato, ovviamente. Che botta, però. Me la ricordo ancora.

Nelle notti sognavo che tornavo a casa, la via era quella dove abitavo, ma non c’era il mio palazzo. Oppure c’era il mio palazzo, era proprio lui, ma mancava la parte dove abitavo. Cose così. Terrificanti, per una bambina. Ma l’incubo che mi perseguitò per quasi venti anni era un po’ diverso. Infatti durò.

Era semplice, sempre uguale, e nello stesso momento sempre diverso, come tutti gli incubi ricorrenti. Io, bambina, stavo nuda tra la gente. Ero sola. Sapevo di non avere nessuno al mondo, proprio nessuno. Poi tutte situazioni normali, tranquille. Tutti mi trattavano normalmente, con gentilezza. I grandi. I bambini volevano giocare con me. Tutto normale, come se non fossi nuda. Ma io invece lo ero, ero nuda. Senza la protezione dei vestiti. Sola. E piccola. Nessuna persona piccola come me era sola. Una sensazione orribile. Un incubo orribile. Scomparve da solo.

E’ bello respirare ponendo attenzione al respiro. Tanto quanto contemplare quella coda di volpe là, per esempio. E’ di un verde brillante. Rigogliosa. Le sue folte fronde sembrano quasi un grido di gioia rivolto al cielo.

Ovviamente è una gioia per gli occhi.

Respiro è vita. E’ la vita in noi. Non a caso si dice spirare, quando finisce per sempre. Non a caso dobbiamo respirare, per poter vivere.

E’ strano che non ci pensiamo mai.

E’ bello porre attenzione ....