O’ custode delle porte chiuse, di silenzi tristi e visi infelici .. mi rivolgo a te, umilmente, nel nome di uno con cui talvolta parlo. Costui non può rivolgersi direttamente a te. Così, in vece sua, parlo io. Ti chiedo, umilmente, di prestare ascolto. Se puoi. E forse anche di aprire il cuore, con amore, alle parole che seguono.

M’ha chiesto di farti sapere che là, in quella profondità sigillata, lui respira ancora. Anche se fragile. Anche se provato, resiste ancora. Come una canna al vento che si piega, ma non si fa portare via.

E’ buffo, anche con il bavaglio sulle labbra la sua voce non tace, ma ogni tanto parla. Si sa, non si può mai zittire del tutto. Poi vive in silenzio nelle mani, nel respiro, nei movimenti di tutto il corpo. Quando invece è libera, è luce. Una luce che illumina tutto quello che c’è.

O’ custode, è proprio necessario? In fondo cos’è una chiave che chiude una porta, se non solo un patto, tra la paura e il suo contrario?

O’ custode, una volta anche tu eri una porta aperta .. prima di diventare custode, prima di portare quel gravoso compito, di sorvegliare. Conosci com’è l’aria. La luce che vi passa.

Sì, non si sa cosa c’è oltre. Né dove conduca quella porta. Ma si sa che il peggio è già accaduto .. tutte le volte in cui è stata chiusa, invece che aperta.

O’ custode .. in fondo, se la chiave è perduta, si può sempre inventarne un’altra.

Se la serratura è piena di ruggine, basta un tocco. Torna polvere.

Qualora anche, disgraziatamente, proprio non potessi, per un tuo motivo speciale, potresti almeno sederti accanto? Così può sentire che ci sei .. anche tu?

E’ piccolo.

E’ bambino..