Camminare fa un effetto strano, è come se aiutasse a far anche qualche altra cosa, qualcosa oltre a quello che è il mero atto di camminare.
Infatti seguo la voce, e vado. Ma dove vado? Qui nel deserto non c’è nessun punto di riferimento, da nessuna parte. Forse cammino in tondo senza accorgermene, nei cerchi sempre più stretti, senza accorgermene, come in un vortice, ma più lento, un vortice di cui non ci si accorge, un vortice invisibile cui non è possibile accorgersi quando ci si sta dentro. Che ci si sta dentro.
Non ho potuto studiare il percorso, prima, non c’è nessuna segnaletica, non ho nessuno strumento che potesse aiutare ad orientarmi, e non ho informato nessuno circa il mio itinerario per farmi venire a salvare. Non so neanche io dove vado. Semplicemente vado seguendo la voce, e la voce che mi dice solo “vai avanti”.
Cerco di dare un ritmo più amonioso al mio cammino. Non ho né freddo, né caldo, né sete, né fame. Ma potrebbero arrivare, prima o poi. Non me ne devo occupare, strare lì a pensare che potrebbero arrivare, avere paura, semplicemente ora non ci sono, e ora bisogna che mi occupi di un’altra cosa, cioè a trovare il mio ritmo, quello giusto per me, quello che è quasi come una melodia che si sente provenire da qualche parte con cui accordarmi, è bello accordarmi a lei, accordarmi per camminare danzando, nel mentre osservo anche quel cammino che sto facendo, ed com’è quella strana danza che sto danzando nel mentre mi muovo, perché quella melodia la sento, ogni tanto la sento, è solo che mi ci devo accordare a lei un po’ meglio.
E poi, il deserto non è affatto senza vita. Anzi, è pieno, di vita. Di notte mi accompagnano per brevi tratti alcune presense piccole che forse sono roditori, ed altre invece lunghe e sottili che forse sono serpenti. Al lato del mio percorso li vedo muoversi, accompagnandomi nella luce della luna, nel mentre le ombre veloci, forse di pipistrello, e quelle più lente, di qualche altro volatile notturno, forse gufo, proiettano le loro ombre lunari intorno a me, per poi scomparire silenziosamente tra quei miliardi di stelle sopra di me.
So che nel deserto vivono tanti insetti tra cui anche scorpioni, anche se non li vedo mai, ma è per questo che guardo bene dove metto piedi. So che se dovessi mettere il piede sopra lo scoprione, lo scorpione mi pungerebbe. Non per cattiveria, ma perché questo è la sua natura. E avrebbe tutta la ragione del mondo, a pungermi. Sono io che devo avere cura, e porre la giusta attenzione per non mettegli il piede sopra, non lui a non trovarsi sotto il mio piede. E allora nel mentre cammino guardo dove metto i piedi, cercando di non calpestare nessuno, proprio nessuno.
In effetti mi viene spontaneo. E’ tutta la vita che cammino ponendo attenzione, cercando di non calpestare nessuno. Proprio nessuno.
Sto in un deserto da molto tempo e non me ne rendevo conto, andavo avanti sempre più faticosamente e non me ne rendevo conto, camminavo in tondo e non me ne rendevo conto, camminavo nei cerchi sempre più piccoli, senza accorgermene, camminavo come dentro a un vortice, ma molto più lento dei vortici che vivono nell’acqua, uno strano vortice che non si vede, di cui non è possibile accorgersi quando ci si sta dentro, che ci si sta dentro, finché non ci si sente risucchiare dalla sua forza enorme, ed allora comincia ad essere davvero difficile uscirne, perché in quel momento si hanno molte meno forze di prima, ma di questo fatto qui ci si accorge solo in quel momento lì.
Però. Io so come uscire da un vortice, quando ci si sta già dentro, anche se finora non l’ho mai sperimentato di persona. Si vede che l’ora di sperimentarlo è arrivata ora.
Non bisogna opporsi al vortice. Bisogna lasciarsi portare da quella forza centrifuga giù, giù fino in fondo, fino al suo centro da cui sorge, e lì accocolarsi in una posizione quasi fetale toccando il fondo, ma con i piedi ben piantati sul fondo, per dare alle gambe il massimo potere di spinta, per poi spingersi di lato ed uscire fuori dal vortice. Al centro e in basso il vortice è stretto, non è poi così forte. Dopo bisogna nuotare in apnea il più in basso possibile e il più lontano possibile, in modo da non esserne rissuchiati di nuovo, quando si risale in superficie. L’hanno raccontato quelli che sono stati dentro a un vortice. E poi hanno potuto raccontarlo.
Che fortuna che qui non ho nessun tipo di salvagente. Impaccerebbe i movimenti. La spinta al galleggiamento rende più difficile nuotare sott’acqua con la massima efficiacia, come si vuole, dove si vuole, ed il più lontanto dal vortice che si può.
La spinta di galleggiamento di un giubetto salvagente viene espressa in Newton. Ve ne sono di tanti tipi, di giubetti salvagente. Alcuni di loro sono in grado di tenere a galla anche persone prive di sensi. Anche quando indossano un abbigliamento pesante. Una bella spinta. Una spinta forte. Una spinta che impedisce di nuotare sott’acqua.
Questo fatto del deserto. Sto in un deserto fuori da me, e in un deserto anche dentro di me. Cosa vuol dire? C’è sempre un motivo, quando ci troviamo da qualche parte. Anche quando ci troviamo in mezzo ad un deserto. Perché sono andata proprio nel deserto e non in riva al mare, per esempio? Forse devo imparare qualcosa proprio da questo fatto qui? Cosa devo imparare?
La voce mi dice di andare, ma non mi dice dove andare. Mi è venuto in mente che in alcune lingue si dice di alcune persone “sa dov’è è il nord”. E’ chi sa da sé qual’è la cosa giusta, e e si comporta di conseguenza. Chi sa qual’è la cosa umanamente giusta nella circostanza, anche quando tutto il mondo dice contrario. E la fa lo stesso. Allora ho deciso di andare a nord.
Ma dov’è il nord? Ovunque mi giro, di notte, vedo la bellezza spoglia ed essenziale tutto intorno. La stessa che vedo anche di giorno, ma di giorno c’è sole che aiuta per orientarmi. Di notte non si capisce dov’è il nord. E’ per questo che di notte cominciai ad osservare cielo, invece di camminare
Quell’infinito che si apre sopra di me, da far sgomento. Osservo quel numero impossibile di stelle, mi appaiono calde ed accoglienti, nonostante emettano, o meglio, riflettono sopratutto luce fredda. Da qui sembra che le stelle siano stese sopra il cielo, anche se si sa, si percepisce che il cielo è infinito. Fanno così tanta luce che il mio corpo fa ombra, anche di notte.
Qualche tempo fa lessi della collaborazione tra un astrofisico e un neurochirurgo, della loro comune ricerca. Li portò a postulare che la rete più grande che esiste in natura, cioè universo, e quella più complessa e molto più piccola che conosciamo, cioè cervello umano, si assomigliano. Sembrano evolvere, modificarsi secondo le logiche di scala simili, pur seguendo le leggi fisiche diverse.
Guardando quel cielo così pieno di stelle, come non avevo mai visto prima pensai che forse anche loro, le stelle, sono connesse tra loro, anche se lontane, che forse si parlano tra loro, anche se sono distanti, così come ora parlano a me, anche se non sono una stella. Forse siamo tutti parte di un qualcosa che non vediamo e non comprendiamo ma esiste, e in questo reciproco esserci percepisco una bellezza nuova, mai vista. Forse per questo non mi sento sola, anche quando lo sono. Forse per questo non ho paura.
Sognai di nuovo quel vortice sul fiume. Continuava la sua danza, questa volta oramai dietro di me. Udivo il mormorio del fiume che scorre, e il plas-plas regolare e ritmico della pagaia. Era la mia. Continuavo a pagaiare, in automatico, quasi senza accorgermene. “Il primo” dava qualche pagaiata quà e là, ma la maggior parte del tempo teneva la pagaia appoggiata sulla coperta del kayak. Ci portava sopratutto la corrente. Pensai fosse stanco, visto che risparmiava i movimenti. Non ero più arrabbiata. Sentivo solo stanchezza, dopo tutto quello sforzo da sola. Realizzai che ero stanca, terribilmente stanca. Così accostai in una caletta, vi era una minuscola spiaggetta di sabbia. Meglio. Il kayak non si riga, quando lo tiro su.
Credo di aver dormito, visto che mi svegliai perché sentivo un profumo molto intenso. Lo emanavano fiori delle liana che scendevano fino a pelo d’acqua, tutto intorno. I minuscoli petali caduti ricoprivano anche la superficie dell’acqua, tutto intorno. Non me ne accorsi, quando arrivammo lì...