Colazione a Casa Felin

Quando cuscino si mise a ronfare, a Helena s’aprì, da sola, una palpebra sola. Solo poco poco, facendosi lei ancora cullare da quel caldo ronfare. Lucrezia, disposta intorno alla sua testa, come un’aureola pelosa e scura emetteva quel contento ronfare, nel mentre cuscino se n’è andato a spasso chissà dove. Fu allora che sul mignolo del piede cominciò ad operare una strana carta vetrata, morbida e delicata: la coccola di Oreste, quella speciale, quella tutta personale, così come il suo delicato ronfare. Così Helena aprì quell’unico occhio completamente e del tutto, scorgendo senza volere nello specchio accanto al letto riflesso dell’alba in procinto di arrivare, più o meno in quel momento.

Per non disturbare quel felice ronfare, scivolò fuori dal suo giaciglio con la lenta mossa da palla gelatinosa, quella con cui giocano i ragazzini tirandola su una superficie piana, per poi osservare con interesse le successive mosse sinuose.

Una volta fuori s’accorse della voluminosa montagna piuminosa color blu pavone che giaceva alle sue spalle, giusto poco più lontano. In sommità vi troneggiava un ordinato ciuffetto di pelo arancione, anche lui ronfante, in quella curiosamente luminosa penombra che s’avvera ogni giorno poco prima del sorgere del sole. Fu da quella postazione che Thea trasmetteva il suo ronfare, come fa un’antenna con le sue onde. Helena richiuse la porta dietro di sè, senza far rumore.

Lo sapeva, il caffè con latte e miele è proprio un abominio per molte persone, ma lei lo sorseggiava sul divano, gustando pian piano ogni sorso con gran piacere, nel mentre ascoltava quel armonioso concerto di alati strumenti a fiato che inizia la mattina presto quasi tutti i giorni, in quasi tutte le stagioni. Sorseggiando ed ascoltando contemplava quel apprestarsi del sole che a volte sorge vestito di nuvole, e a volte invece sorge così com’è.

Le code dei gatti, che facevano ordinatamente in fila la loro colazione, disegnavano per terra la sagoma della lettera j, la i lunga, con la parte tonda girata nello stesso verso tutti quanti. Una specie di i lunga lunghissima. Almeno un metro, nell’insieme delle code dei gatti.

Mentre Helena risciacquava la sua tazzina, udì mormorare un “buongiorno” proferito da una nuvola scura che passava lì vicino, diretta verso un’altra stanza, un altro bagno. Da cui poco dopo emerse Cameron. Con un gran sorriso, un gran “buongiorno”, e le braccia spalancate in attesa non si sa di quale miracolo. Che non accadde. Così usò le braccia, e sopratutto le mani e le dita attaccate in fondo per prendere un biscotto da un cassetto. Che poi mangiò con il suo caffè-latte sul divano, ma forse non del tutto, non le bricciole grandi come montagne.

“Vuoi?” chiese Helena, porgendogli la sua tazzina che conteneva quel sacro intruglio speciale di yogurt greco e miele che si gustava la mattina. Il cucchiaino di Cameron, riempito fino al inverosimile, segnò il suo passaggio aereo in modo alquanto terreno sul divano, sul tappeto, sul tavolino, sul maglione di Cameron, ed anche sulla testa di Leo che in quel momento si trovava steso sul tappeto, lì vicino. La testa di Leo venne prontamente ripulita, con amore, da Elio, che ama lo yogurt e s’accorse dell’occasione. Lo yogurt, con o senza miele, è uguale. I due ronfarono in sintonia.

Helena osservò con curiosità l’accaduto, pensando: “Perbacco che prestazione, ma come ha fatto Cameron a segnare, con una sola mossa, tutto quell’aereo percorso? Forse potrei imparare a fare la stessa magia anch’io?” S’inforcò gli occhiali da sole, per pensare meglio, al che all’improvviso le saltò in braccio Leo, ronfando e chiedendo coccole.

Cameron invece cominciò a scusarsi, e a pulire percorso terreno del contenuto del cucchiaino, ma a breve si scocciò, e quindi tirò la lunghissima coda di Leo che sporgeva, appoggiata proprio lì vicino sul divano. Al che Leo conficcò le unghie nella coscia di Helena, laddove in quel momento si trovava la sua zampina, perforando la stoffa che la copriva. Ad Helena improvvisamente sbucò una coda, in proporzione molto più lunga di quella di Leo, che cominciò, da sola, a muoversi da lato a lato. Lei invece continuava a guardare qualcosa fuori dalla porta-finestra, almeno così appariva, e a coccolare Leo.

Allora Cameron sparò: “Lo sai che hai proprio un bel musetto?”, a breve distanza dal viso di Helena. Sparò con lo “sparapetali”. La sua arma segreta.

La coda di Helena si fermò per un istante, come per ascoltare, poi continuò a muoversi un poco più lentamente. “Miao. Senti che bel concerto, anche stamattina.. ” Disse Helena pian piano.

“Quale concerto? Io non sento niente.” Rispose Cameron, sorpreso.

Helena s’alzò, con grande disappunto di Leo, e fece scorrere delicatamente la porta-finestra. Il canto degli uccelli si sentiva anche a vetri chiusi, ma così si sentiva ancora meglio. Insieme al suono entrò aria un po’ troppo fresca, e un po’ troppo pungente del mattino. “Il canto degli uccelli”, precisò lei.

“..Hmm.. sì .. mi sembra di udire qualcosa.” Disse Cameron, con aria vagamente disinteressata, ma cortese, avvicinandosi anche lui alla porta-finestra scorrevole, oramai spalancata per tutta la sua estensione. Mentre faceva quei pochi passi, spuntò la coda anche a lui.

E’ così che gli abitanti di Casa Felin si ritrovarono in quell’aria fresca e pungente del mattino, tutti insieme, ad ammirare in silenzio quel incantato momento in cui sorge il sole ed inizia un nuovo giorno. Nove code, ordinatamente in fila, formavano una specie di i lunga, lunghissima. Più di due metri, nell’insieme.

Nel mentre sorgeva il sole.