Cronache dal Bunker
Ovvero: vita quotidiana sotto regime
Ore 8:47. Il Generale si sveglia. Nessuno sa ancora di quale umore sarà. Gli esperti meteorologici della casa — cioè io — stanno già monitorando i segnali.
Ore 9:15. Primo ritiro strategico nella camera da letto. La porta si chiude. Il silenzio cala. Probabilmente sta tenendo un consiglio di guerra con se stessa. Io, nel frattempo, mi muovo in punta di piedi e abbasso il volume del respiro.
Ore 11:30. Breve uscita dal bunker per operazioni logistiche (caffè). Scambio di sguardi. Atmosfera tesa. Sorrido. Lei annuisce. Trattativa riuscita. Posso restare.
Ore 13:00. Pranzo. Territorio neutro. Le ostilità sono sospese. Vige una tregua armata. Per un'ora siamo quasi alleati.
Ore 14:20. Secondo ritiro nella camera da letto. Motivo ufficiale: sconosciuto. Motivo reale: classificato. Io rimango fuori, fedele sentinella di un confine che non ho tracciato.
Ore 17:45. Terzo ritiro. A questo punto ho imparato a non fare domande. Ho imparato a non bussare. Ho imparato, sostanzialmente, a esistere in modo discreto.
Ore 21:00. Riunione plenaria sul divano. Pace. Il regime si ammorbidisce, il Generale diventa di nuovo una persona normale — anzi, bellissima — e per un momento dimentico tutto.
Fino a domani mattina, ore 8:47.
Cronache dal Bunker 2
Edizione leggermente più più tragica
Generale si sveglia.
Apre gli occhi, si stira e dice: «Oggi faccio un po’ di cose mie.»
Lineare, pulito. Così semplice che quasi infastidisce. Lui annuisce.
Dentro, però, parte immediatamente la centrale nucleare del sospetto:
Questo significa distanza. Forse fastidio. Sicuramente ho fatto qualcosa.
Probabilmente ieri. O nel 2007. Non si sa, ma è successo.
Ore 9:15. Primo ritiro strategico in camera.
La porta si chiude. Lui, ovviamente, non bussa. Sarebbe troppo… esplicito.
Passa davanti tre volte. Produce suoni calibrati: una tazzina appoggiata con intenzione, un passo più marcato. Il linguaggio segreto dei codardi emotivi.
Tradotto: “Se vuoi, io sono qui… ma devi intuire tutto senza alcun indizio chiaro.”
Nessuna reazione. Un gran fastifio. Insopportabile.
“Ma come si permette di ignorarmi così? Sai cosa, io busso!”
Entra, e si mette di fronte al Generale.
Attendendo, in silenzio.
Lei : «Tutto ok?»
Lui: «Sì, figurati.»
Tradotto: “No, ma ormai è un test e lo stai già fallendo.”
Ore 11:30. Operazione caffè.
Il Generale riappare: «Mi faccio un caffè. Ne vuoi uno?»
Potrebbe rispondere come un essere umano.
Invece: «Mah, se lo fai anche per te…»
Tradotto: “Sì, ma voglio che sembri una tua iniziativa spontanea così posso attribuirle un valore affettivo sproporzionato.”
Lei: «Ok, ne faccio due.» Tutto bene. Apparentemente.
Dentro: Non lo ha detto con entusiasmo.
Archivio mentale aggiornato. Categoria: micro-delusioni inutili.
Ore 13:00. Pranzo. Territorio neutro (cioè campo minato).
Lei: «Oggi ho bisogno di leggerezza… non faccio niente di speciale.»
Lui: «Certo.»
Dentro: Quindi sarei il peso. Perfetto. Ottimo branding.
Sorride, fa battute, ma ogni frase ha quel retrogusto sottile di veleno diluito.
Nemmeno lui saprebbe dire perché. Ma c’è. E lavora.
Ore 14:20. Secondo ritiro.
«Mi riposo un po’. Se hai bisogno, manda un messaggino.»
Bisogno. Parola grossa. Quasi volgare. E poi, lui non scrive. Ovviamente.
Poi manda: “Tranquilla, tutto a posto.”
Tradotto: “Non ho bisogno di niente, ma se non percepisci telepaticamente che forse sì, prenderò nota.”
Ore 17:45. Terzo ritiro.
Lei esce, calma, precisa:
«Mi sembra che tu sia un po’ strano. Vuoi qualcosa?»
Eccola lì, la porta spalancata. Una scena così chiara che quasi mette a disagio.
Potrebbe entrare. Potrebbe parlare. Potrebbe smettere questo teatrino.
Invece: «No, no, figurati. Niente.»
Niente.
La parola preferita di chi vuole tutto senza rischiare niente.
Lei: «Ok.» E torna dentro.
E lui, con una coerenza ammirevole, riesce comunque a sentirsi rifiutato.
Senza aver mai chiesto nulla.
Un talento.
Ore 21:00. Divano.
Lei è lì. Circondata dai gatti ronfanti. Rilassata. Presente.
«Sto bene.» Come se lo dicesse a voce.
La guarda.
Semplice. Qui. Bellissima.
Per un attimo pensa: Basta chiedere.
Poi subito dopo: E se avessi chiesto e lei avesse detto no?
No, meglio così. Molto meglio vivere con una simulazione di rifiuto che rischiarne uno reale.
Fino a domani. Ore 8:47.
Quando ricomincerà lo stesso, impeccabile, capolavoro
di incomunicabilità.